PAEA - Progetti Alternativi per l'Energia e l'Ambiente

Perché siamo contro il nucleare

A cura del servizio InformaEnergia

<<La critica più radicale che, prima di ogni altra, muovo personalmente ai programmi di rilancio del nucleare - e che ritengo senza mezzi termini irresponsabile e criminale - è di alimentare ancora l'illusione che sia possibile continuare a consumare energia e risorse e a crescere impunemente: tanto ci penserà il nucleare, quando è invece ormai chiaro che il Pianeta non sarà in grado di reggere ritmi di crescita e di consumi di questo genere, anche se riuscissimo ad arrestare tutte le emissioni di CO2>>

Angelo Baracca, L'Italia torna al nucleare?


Viene da chiedersi come possa il nucleare risultare ancora così affascinante. Molte persone sono disposte ad ignorare qualsiasi obiezione, trincerandosi dietro formule come <<senza il nucleare non si va da nessuna parte>>, arrivando ad accusare chi la pensa diversamente di essere contro a priori, ciechi e sordi di fronte alle meraviglie dell'energia atomica.
Forse la ragione principale risiede nel fatto che il rilancio del nucleare è strettamente connesso al mito della crescita illimitata, che a quanto pare risulta veramente arduo abbandonare.

Dice bene Luigi Sartorio quando paragona noi italiani (e non solo) agli ospiti della cena di Trimalcione descritta da Petronio, che provano un'ammirazione sconfinata per il padrone di casa che esibisce portate di cibo strabilianti, tanto abbondanti da essere costretto a vomitare per poter continuare ad abbuffarsi. L'atteggiamento di venerazione e il desiderio di partecipare al banchetto, anche solo raccogliendone i resti, non è tanto diversa da quello che proviamo di fronte alle tabelle PIL/consumi di energia che ci mostrano come gli stati che consumano più energia siano proprio quelli che hanno il PIL maggiore, Stati Uniti in testa, il cui stile di vita “non è negoziabile”.
Una volta stabilito che dobbiamo far crescere il PIL e che per farlo dobbiamo aumentare i consumi di energia, è naturale che l'unica scelta possibile sia il nucleare: abbondante, sicuro, economico e soprattutto “a zero emissioni”.

Ma per chi è disposto ad andare oltre a questa analisi superficiale i motivi di scetticismo sono tanti, a partire proprio dai dubbi sui pregi del nucleare riportati sopra.

Per quanto riguarda la presunta abbondanza di energia nucleare per il futuro, da un lato andrebbe analizzata la disponibilità di combustibile. Le stime sono estremamente difficili e influenzate da numerosi fattori, quali la scoperta o meno di nuovi giacimenti di uranio e la realizzazione di nuove centrali, ma in genere si dà per provato che nel caso di mantenimento delle centrali oggi attive avremmo una disponibilità compresa tra i 50 e gli 80 anni. Intendendo con disponibilità la quantità di uranio estraibile a costi accettabili, non la quantità complessiva di uranio disponibile sul pianeta. Tempi piuttosto ristretti che diminuirebbero velocemente in caso di incrementi significativi della produzione di energia nucleare.

Pensare che i reattori di IV° generazione possano risolvere i problemi di approvvigionamento (e contemporaneamente quelli delle scorie) riprocessando i nuclei radioattivi pesanti che costituiscono  i residui nucleari a lunghissima vita media e ritrasformandoli in combustibile, appare oggi  solo una scommessa, su cui si vorrebbe basare un programma di rilancio costoso e dai dubbi vantaggi.
Dall'altro lato non bisogna poi dimenticare che per mezzo del nucleare si produce solo energia elettrica, che a livello mondiale rappresenta meno di un quinto dei consumi energetici totali, ed è una produzione decisamente inefficiente dal punto di vista termodinamico.
Questo perchè la grande quantità di calore che si sviluppa durante il processo difficilmente può essere recuperata, per esempio da una rete di teleriscaldamento, dato che la normativa esclude la costruzione di centrali in zone ad alta densità di urbanizzazione.
Solo il 37% dell'energia prodotta diventa energia elettrica, il restante 63% viene dissipato sotto forma di calore, con tutte le problematiche in termini di alterazioni di cicli biologici costieri o lacustri dovuti all'innalzamento della temperatura dell'acqua usata per il raffreddamento.

Per quanto riguarda la sicurezza, in seguito agli incidenti di Chernobyl in Unione Sovietica e di Tree Mile Island negli Stati Uniti, che hanno avuto un impatto enorme sull'opinione pubblica nonostante colpevoli tentativi di minimizzazione dell'accaduto (OMS e IAEA hanno stimato poche migliaia di tumori provocati da Chernobyl, mentre Greenpeace conta 200.000 morti addizionali tra il 1990 ed il 2004), sono state realizzate misure si sicurezza sempre più perfezionate tanto da rassicurare  l'opinione pubblica. Tuttavia bisogna tenere in considerazione il fatto che nell'ultimo decennio si è verificato un numero rilevante di disfunzioni all'interno di impianti nucleari.
Anche se questi eventi non hanno causato alterazioni fuori dagli impianti dobbiamo ricordarci che anche un incidente come quello di Chernobyl può essere innescato da anomalie più lievi, in apparenza controllabili, ma in occasione dei quali gli apparati di controllo non funzionino, oppure siano mal governati da un errato intervento umano. Ai rischi derivanti da malfunzionamenti “interni”, dovrebbero poi essere sommati quelli relativi a pericoli di sabotaggi esterni ed attacchi terroristici.

Un calcolo accurato dei costi del nucleare risulta particolarmente complesso, essendo diversi dati non disponibili, tuttavia si possono fare alcune considerazioni.

1 - In Italia dopo 20 anni dalla chiusura del nucleare dobbiamo affrontare ancora ingenti costi per la gestione delle poche scorie prodotte essendo ancora ben lontani dalla risoluzione del problema del decommissioning. Sosteniamo quindi oggi (e sosterremo ancora per molto tempo) dei costi, difficilmente quantificabili allora, senza avere un solo kWh di energia.

2 -
Nessuna impresa privata si sogna e si è mai sognata di costruire una centrale nucleare senza sostanziosi contributi da parte dello stato. Allo stesso modo le banche statunitensi sono riluttanti a finanziare questi progetti a meno che i prestiti non siano garantiti dal Governo Federale. Infatti i costi stimati per la costruzione delle centrali, che si aggirano attorno ai 5 miliardi di euro, nella realtà lievitano tra il doppio ed il quadruplo per imprevisti in fase di realizzazione, come denuncia un articolo del Wall Street Journal del 12 maggio del 2008. Oltretutto questi soldi, dall'acquisto del combustibile alla dismissione, usciranno dall'Italia. E' inoltre altamente improbabile che le bollette per i cittadini possano decrescere al crescere della percentuale di energia prodotta da nucleare.

Veniamo al vero cavallo di Troia del nucleare, ossia la presunta assenza di emissioni di CO2, che ci consentirebbe di continuare nella nostra folle crescita dei consumi con la coscienza a posto nei confronti dell'effetto serra. Se è lecito dire che le reazioni all'interno del reattore non provocano l'emissione di un solo grammo di anidride carbonica, è fuorviante ignorare cosa avviene prima e dopo: dall'estrazione delle rocce uranifere dalle miniere, al trasporto, al trattamento, all'arricchimento, allo smaltimento dei rifiuti, allo smantellamento delle centrali dismesse.
Anche in questo caso le analisi non sono semplici, ma per farsi un'idea può bastare un esempio: l'impianto di arricchimento di Paducah, nel Kentucky, utilizza due centrali a carbone da 1000 MW. Secondo D.T. Spreng “può essere necessario bruciare 200 kWh di idrocarburi per ogni 1000 kWh di elettricità prodotta per via nucleare”. Se si lavora con minerale a basse concentrazioni di uranio in partenza, il ciclo emette una quantità di CO2 “comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale!”.
Nella migliore delle ipotesi quindi, per ottenere significative riduzioni delle emissioni il numero delle centrali da costruire appare decisamente improbabile sia come costi che come tempi di realizzazione.

Basterebbe poco per rendersi conto di come siano altri i settori in cui intervenire per ridurre le emissioni. Ad esempio, si sa che il settore civile in Italia è responsabile per circa un terzo dei consumi energetici e che il nostro patrimonio edilizio è costituito per la maggior parte da edifici costruiti prima del 1976, anno di entrata in vigore della legge 373, la prima ad occuparsi in Italia di contenimento dei consumi energetici in edilizia. Per questi edifici si stima in media un consumo di 200 kWh/mq anno, consumo che potrebbe facilmente essere dimezzato con interventi di riqualificazione energetica neppure tanto spinti. Con interventi più radicali il consumo potrebbe essere portato ad un quarto. Senza contare che interventi su larga scala in questo senso avrebbero ricadute occupazionali locali ben diverse da quelle del rilancio del nucleare.

Tutto questo per quanto riguarda i pregi del nucleare.
Restano poi da discutere i difetti: per primo il problema delle scorie - non abbiamo ancora una collocazione definitiva per quelle prodotte dalle centrali dismesse 20 anni fa e pensiamo di produrne ancora.
Secondariamente, la stretta connessione tra nucleare militare e civile in questi decenni ha sempre visto il primo trainare il secondo, e appare ancora più inquietante oggi, nel momento in cui nuove tecnologie sembrano rimuovere la barriera tra armi nucleari e convenzionali.
In ultimo, i tempi di realizzazione di un eventuale rilancio appaiono decisamente troppo lunghi, alla luce degli obiettivi di contenimento delle emissioni dati dall'IPCC (riduzione delle emissioni del 60% entro il 2050 per contenere l'aumento della temperatura terrestre entro i 2°C) e dell'Unione Europea con il protocollo 20-20-20.


* Dati e citazioni sono tratti da:

  • L'Italia torna al nucleare? I costi, i rischi, le bugie di Angelo Baracca - Jakabook, 2008
  • La menzogna nucleare di Luigi Sartorio - Ponte alle Grazie, 2010

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